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post tono di voce
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Qual è il tono di voce migliore per un post?

Districarsi tra tu, lei, voi e scrivere contenuti ricchi di spessore, rispetto ed empatia
di Anna Fata

 

Partiamo da un assunto di base: la ricetta perfetta per un tono di voce migliore in assoluto per scrivere un post non esiste.
Allora a che serve questo articolo?

A cercare di smitizzare alcuni assunti che circolano in modo ubiquitario in questo periodo e cercare di trovare il proprio stile.
Questo è il punto fondamentale, credo, trovare il proprio stile.
Uno stile ritagliato su se stessi, sul proprio target, sulla tematica trattata, sul contesto in cui ci si inserisce.
Tante variabili, a volte difficili da conciliare tra loro, eppure non impossibile.

Punto primo: Perché?
Perché si decide di scrivere? Quali sono gli obiettivi?
Se non si risponde chiaramente a questa domanda si rischia di navigare a vista e di perdersi in un oceano di contenuti senza mai approdare da alcuna parte.

Punto secondo: Chi è il pubblico? Chi sono io?
Se non conosco le persone a cui mi rivolgo difficilmente posso sapere se le tematiche che tratto possono essere di loro interesse o di una qualche utilità. E se non conosco le mie possibilità, risorse, talenti, esperienze non so se sono in grado di rispondere alle loro aspettative.

Punto terzo: Cosa voglio ottenere con i contenuti che scrivo?
Se non so dove voglio portare il mio pubblico il mio scrivere finirà con l’essere un esercizio letterario, magari gradevole, magari meno, da scrivere e da leggere, ma senza altra finalità.

Punto quarto: Quando e come sviluppare i contenuti?
Se non stabilisco una tempistica chiara rischio di limitarmi a seguire i moti del mio umore, la passione del momento, che nella maggior parte dei casi svanisce dopo un po’ di tempo, lasciando i lettori orfani nel mezzo di un cammino.
E se non definisco un come che mi caratterizza, mi distingue, finisce che i miei contenuti andranno ad approdare nel mare magnum di un web già ampiamente sovraccarico.
Ed è proprio qui che s’inserisce il discorso del tono di voce dei post.

Per concludere: Punto quinto: Dove pubblicare i propri contenuti?
Se non stabilisco un luogo che diventi una sorta di casa comune, accogliente, riconoscibile, a cui il mio pubblico può tornare e ritornare nel tempo, magari aiutandoli con le “briciole di pane” o “Percorso di Pollicino”, rischio di fare perdere loro la strada per il ritorno a casa nel tempo.

 

briciole pane

 

Veniamo al tono di voce: quale è il migliore?

Premesso all’inizio che un tono migliore in assoluto non credo possa esistere, sono dell’idea che ciascuno possa e auspicabilmente debba crearsi il proprio, seppure nel rispetto del proprio pubblico, del contenuto trattato e del contesto in cui s’inserisce.
Vale, quindi, la buona vecchia regola: l’abito giusto per la giusta occasione.
Se devo scrivere una relazione tecnica, un libro bianco, un post su Facebook, uno su Linkedin o sul mio blog indosserò abiti differenti, anche se magari i contenuti possono essere simili.

Al di là dell’ovvio (ma fino ad un certo punto..) rispetto delle regole corrette della grammatica, dell’ortografia, della sintassi, dell’applicazione di alcune strategie che maggiormente caratterizzano la scrittura nel web, al fine di alleggerire la lettura (es. uso di immagini e in generale integrazioni multimediali, uso di punti elenco, grassetti, spaziature, ecc.), c’è un aspetto che mi sta molto a cuore e sul quale ultimamente sta suscitando accesi dibattiti.

Meglio lo stile amichevole oppure più distaccato?

Compiamo un piccolo passo indietro.

L’italiano contemporaneo prevede l’impiego del “tu” per i rapporti informali (es. in famiglia, tra amici) e l’uso del “lei” per le relazioni formali (es. nei contesti istituzionali, gerarchici, professionali). L’utilizzo del “voi” come alternativa al “lei” è quasi del tutto scomparso e sopravvive solo in alcune realtà dell’Italia Meridionale.

Il “tu” ha origine nella notte dei tempi, già gli antichi Romani lo utilizzavano con tutti, è solo nel I Secolo d.C. si comincia ad utilizzare il “voi” con le Autorità. Da allora un poi è stato un susseguirsi di diverse forme locutorie, per un approfondimento dell’iter storico rimando al Centro Linguistico dell’Università di Bologna.

Oggi il “tu” pare regnare sovrano: giovani commesse, con la metà se non un terzo dei nostri anni che ci accolgono con un “ciao!” e un fare più che amichevole, persone che ci telefonano a freddo a casa o sullo smartphone chiamandoci col nostro nome di battesimo, al pari di un caro amico di famiglia, articoli che si rivolgono a noi come adolescenti, anche se le tematiche possono essere tecniche, e forse proprio per questo, al fine di non annoiarci.
Che effetto vi fa?
Forse, semplicemente, ci siamo abituati.
Forse anche noi facciamo altrettanto.

scrivere

E se decidiamo di scrivere, magari anche noi facciamo altrettanto.
Anzi, molti testi autorevoli di “content curation e content marketing” oggi ci suggeriscono di rivolgerci al nostro lettore con un caldo, amichevole “tu”, di intrattenerlo, imbonirlo, farlo ridere e sorridere. A volte, però, ci facciamo un po’ troppo prendere la mano. Forse.

Sarà che ho un’educazione “all’antica”, sarà che sono, probabilmente, di una precedente generazione, ma questa amichevolezza a tutti i costi mi imbarazza.
Intendiamoci, non dico che sia sbagliata, in fondo, questo post rappresenta una esortazione a trovare il proprio stile, pur nel rispetto del contesto e quindi del prossimo.
Fino a che punto posso esprimermi liberamente e quando, invece, limitarmi in qualche modo?

Credo sia questa la domanda guida.
Si potrebbe obiettare: “Sul mio blog, sul mio profilo Facebook, Twitter, o Linkedin sono a casa mia, faccio quello che voglio!”.

Qualcuno una volta disse: “Scrivi pensando sempre che potrebbe leggerti tua mamma”.
Una volta i figli nutrivano rispetto, riverenza nei confronti dei propri genitori.
Credo che questa espressione ricalchi, rievochi e cerchi di stimolare lo stesso rispetto nei confronti dei propri lettori, acquisiti e potenziali.
Già, perché anche se cerchiamo di conoscere il nostro pubblico, anche se ci siamo costruiti una nicchia solida, in realtà, non possiamo prevedere in assoluto chi leggerà i nostri contributi.

Certo, non si può piacere a tutti, e non è questo l’obiettivo, ma il rispetto, secondo me, dovrebbe essere alla base di ogni parola che proferiamo. Che decidiamo di avvalerci del “tu”, del “lei”, del “voi”, spetta solo a noi, purché di fondo, però, ci sia e resti l’intenzione del rispetto.

Per approfondire questo tema ti potrebbe essere utile il libro: “#Mywebidentity  – Aspetti psicosociologici dell’identità online” – Edizioni Psiconline

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