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matteo pogliani
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Influencer Marketing: Ancora uno sconosciuto?

Quattro chiacchiere con Matteo Pogliani su etica, pratica, efficacia dell’Influencer Marketing
di Anna Fata

 

Di Influencer Marketing se ne è detto di tutto e di più. Senza dubbio un argomento attuale e caldo. Noi stessi lo abbiamo trattato in un precedente articolo (“Un Influencer deve sempre esprimersi su tutto? ) e in una recente intervista (“Da grande voglio diventare un ..Web Influencer!“) al famoso Simone Bennati, in arte Bennaker.

Oggi abbiamo accolto con favore la disponibilità dell’altrettanto noto Matteo Pogliani, autore del libro “Influencer Marketing – Valorizza le relazioni e dai voce al tuo brand”, edito da Flaccovio, per riprendere la trattazione del tema, da un altro punto di vista.

influencer marketing

Etica, morale, coerenza, trasparenza, libertà toccano da vicino l’Influencer, awareness, vendite, ROI, sono particolarmente sentiti dalle aziende e dai Brand. Sono possibili soluzioni win-win? Nel caso, in che modo? Come è la situazione in Italia rispetto al resto del mondo?
Di questo e molto altro abbiamo discusso con Matteo Pogliani.

 

D: Come si concilia l’apparente paradosso dell’Influencer: essere libero, ma al tempo stesso, magari, decidere di appoggiare un programma di vendita aziendale. Mi spiego meglio: secondo te, dove sta il limite tra l’etica personale e lo sfondo commerciale che alcune discussioni all’apparenza personali, che spesso avvengono sui Social Network, ad esempio, e a cui i lettori aderiscono in buona fede, possono comportare?

R: Come sempre nel buon senso. Essere poco trasparenti e dire sempre sì alla lunga diventa pericoloso e porta solo problemi. Prestare la faccia a progetti e/o prodotti che non valgono segna in maniera spesso irreparabile la nostra reputation, minando la posizione che abbiamo acquisito. Forse fregheremo qualcuno un paio di volte, ma alla lunga le persone che ci seguono smetteranno di farlo.
Se un influencer perde credibilità ed autorevolezza perde tutto, perché sono proprio queste qualità a renderlo rilevante per gli utenti. Un legame di fiducia che non è “Indistruttibile”, ma che viene messo alla prova quotidianamente.
I nostri comportamenti possono rinsaldarlo o romperlo. Sta a noi scegliere.

 

D: Questioni etiche, morali, di trasparenza sono sempre più attuali e richieste a gran voce dalle persone. Rudy Bandiera nel tuo libro afferma a pagina 68: “La questione etica è di semplice soluzione: chi partecipa a campagne che etichettiamo come di influencer marketing deve CREDERE nel prodotto o nell’azienda che, di fatto, pubblicizza. Se questa pratica è prodotta in questi termini allora è moralmente accettabile, altrimenti è una marchetta”. Domanda: se io credo in qualcosa veramente, che senso ha farsi pagare? E se ha senso, forse non sarebbe eticamente corretto esplicitarlo al proprio pubblico che dietro c’è un rapporto commerciale?

R: Chiariamo. Non devo farmi pagare per convincermi a “credere” nel progetto, ma per il tempo e le mie qualità che dedico al progetto. Una cosa ben diversa. Perché se investo tempo, energie, risorse in un’attività non deve essermi riconosciuto un compenso? Mi pare giusto e soprattutto utile a rendere “chiaro” (tramite contratto) il legame che c’è tra influencer e brand.
Sul dichiararlo assolutamente sì. Il fulcro è creare relazioni capaci di generare valore per tutte le parti in causa. Che relazione può nascere senza verità?
Troppe aziende temono che la trasparenza in questo senso riduca l’impatto delle campagne, ma non sono pienamente d’accordo. Se creo attività e contenuti di grande valore per gli utenti, a questi poco importerà del ruolo dell’influencer e della sua vicinanza all’azienda.
In più torniamo, in parte, a quanto già detto. Le menzogne sul web hanno vita breve e quando scoperte creano situazione di crisi dagli impatti spesso devastanti.

 

D: La credibilità: il fatto che un lettore o ascoltatore si fidi di noi sono valori. Perché allora non farlo fruttare, ci si chiede nel tuo libro. Se è un valore, ha già un frutto in sé. Ci vedo una contraddizione di fondo. Cosa ne pensi?

R: Mi hai preso in castagna! Scherzi a parte, secondo me l’essenza e quella di collaborare tra influencer e brand per generare valore condiviso e dar vita ad un nuovo modo di collaborare. Progetti win-win-win, vincenti per tutti: gli influencer (che hanno contenuti di qualità per i follower), i brand (che riescono a comunicare meglio con i possibili target), gli utenti (che trovano contenuti di valore).
Vista in questo senso, se io ho un knowhow di rilievo e forte impatto su un gruppo di persone perché non lavorare per dar vita a progetti di questo tipo?

 

D: Ci racconti un caso di Influencer Marketing in esclusiva che hai seguito e che ritieni particolarmente significativo?

R: Per un cliente della mia agenzia, una Relais&Chateaux che produce anche vino abbiamo creato diversi porgetti che vedevano coinvolti gli influencer, raccontando tramite di essi agli utenti del mondo web e social l’experience che viveva dietro questo luogo da sogno.
Un modo non solo per ottenere maggiore visibilità, ma per dare una visione nuova e più immersiva della struttura, dandole quell’umanità che troppo spesso, vista la sua lussuosità, rischiava di andare persa. Un distacco che alla lunga poteva divenire un limite rilevante.
Lavorando bene sul progetto e sulla sua diffusione nei social (hashtag dedicato compreso) siamo riusciti a far divenire queste attività traino ad un maggior engagement dei follower prima e dei clienti della struttura poi.
Sono queste le figure che spesso risultano più credibili e possono dare grandi risultati.

 

D: Come vedi le prospettive future dell’Influencer Marketing in Italia?

R: Ci sono grandi possibilità: c’è l’interesse, le opportunità e soprattutto il campo è talmente “vergine” da offrire molti spunti. Fondamentale è che le aziende inizino a comprendere che questa forma di comunicazione è strategica e che non può ridursi a qualche pubblicità mascherata o a guadagnare un pugno di like.
È una questione di relazione, di instaurare un rapporto a lungo termine con l’influencer prima e con l’utente poi, così da fidelizzare e generare valore.
Certo, posso accontentarmi di una vendita oggi, ma è certamente meglio acquisire e tenersi stretto persone talmente legate a me da riprodurre più volte l’azione d’acquisto.
Come fare? Lavorando bene e con pazienza, dando vita a progetti strutturati, che partano da obiettivi concreti.

 

D: In una precedente intervista con Simone Bennati discutevamo, tra le altre cose, dell’iter che porta a diventare Influencer. Secondo te, Influencer si nasce o si diventa? E in quest’ultimo caso, come?

R: Ovviamente si diventa. Si diventa realizzando un percorso fatto di qualità come la competenza, la credibilità, l’autorevolezza, il carisma. È così che le persone si fidano di noi e cominciano a prenderci come riferimento, trovando in noi opinioni e contenuti che ritengono di valore. Sia chiaro, valore può anche significare divertenti, non deve per forza essere una questione di competenza.
Non basta “arrivare”, doveroso anche continuare sulla strada tracciata, perché tanto posso guadagnare il titolo di influencer tanto lo posso perdere se non continuo ad offrire agli utenti il mix che li ha conquistati.
Una sorta di “autodifesa” dell’influencer marketing, preservandolo da molti usi limite. Alla lunga chi non lavora bene e fa il furbo va poco lontano. L’utente può passare sopra una marketta inutile una volta, forse due, ma non all’infinito.

 

 

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