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L’etica del Personal Branding

Fino a che punto nel marketing di se stessi tutto è lecito
di Anna Fata

 

Giorni fa ho avuto modo di discutere in privato con una persona che mi ha fatto notare come, forse, alcune persone attirano l’attenzione su di sé in modi che, all’occhio di qualcuno, potrebbero risultare discutibili.

Tema caldo e delicato, anche perché può toccare, direttamente o indirettamente, molti di noi.

Fino a che punto è lecito spingersi per attirare l’attenzione?
Dove porta questa attenzione? A cosa serve?
Si tratta di attenzione fine a se stessa o è insito dell’altro?

Da tempo osservo, da che mondo è mondo, osservo. Nel Web, fuori dal Web, ho sempre amato osservare.
Soprattutto cerco di imparare. Senza giudicare. Posso trarre ispirazione, no, non copiare, semplicemente perché preferisco seguire il mio cuore, la mia pancia, il mio intelletto e seguire la direzione che mi è propria. Osservare però, indubitabilmente, con uno sguardo attento, lucido, distaccato, per quel che è possibile, credo sia un ottimo modo per stimolare la creatività e l’autoriflessione.
Senza il prossimo non avremmo questo prezioso strumenti di (auto)apprendimento.

La persona di cui sopra accennato mi aveva segnalato il profilo di un noto personaggio che, per la verità non conoscevo, in quanto molto distante dai miei interessi, sia umani, sia professionali.

La mia curiosità ha però preso il sopravvento e mi sono fatta un giro nel Web e nei Social per saperne di più.

Quel che ne ho ricavato?
Sicuramente il marketing di se stessi basato sulla provocazione, sul porsi molto al di fuori delle righe, il commentare notizie calde, attuali, il discutere su tutto e ancora più paga, e tanto. In termini di engagement i risultati sono sotto gl’occhi di chiunque.

Un dubbio mi resta, e non solo uno.
A che pro?

E da qui: fino a che punto è lecito spingersi per attirare l’attenzione su se stessi? E con quale eventuale secondaria finalità?

Se è vero che quando parliamo di Personal Branding lo facciamo in termini professionali, cioè cercare di dare un’immagine della nostra professionalità, esperienza, disponibilità che sia il più vicina possibile alla percezione che il nostro cliente, potenziale o reale, ha di noi, tramite la soddisfazione di bisogni e necessità concrete, è altrettanto vero che dietro ci devono essere obiettivi ben precisi e una strategia di marketing ben definita.

La sola attenzione su di sé, se eccettuiamo la coltivazione del nostro narcisismo, serve a poco. Quanto meno, non consente di raggiungere i propri obiettivi. Per intenderci: like, commenti, condivisioni servono se chi interagisce con noi comprendere chiaramente cosa possiamo offrire loro in termini di benefici e di cosa ci occupiamo. E poi, aspetto non trascurabile, si passa all’azione. Insomma, si compra.

Tutti vogliamo un po’ di attenzione, il lato bambino, che c’è in tutti noi e anche da adulti, in parte lì resta, ma cosa siamo disposti a fare per ottenerla?
E’ proprio qui, secondo me, che interviene l’etica, intesa come norme e regole che definiscono il nostro comportamento, umano, professionale, sociale. Alcune aziende negli anni hanno cercato di definire un codice etico per regolare il proprio comportamento interno ed esterno e delle persone che in essa vi lavorano. E’ sufficiente?
Ho dei dubbi.
Almeno nella misura in cui l’etica non diviene un patrimonio interiore e non sia percepito come ennesimo obbligo imposto dall’esterno.

A maggior ragione ogni libero professionista, che come tale non deve rendere conto ad un’entità più alta e ampia di lui, ha la sua etica interiore e professionale, che ne sia consapevole o meno ce l’ha. Sono sempre più convinta che ciascuno di noi ce l’abbia. Si tratta di esplicitarla.
E’ ciò che ci dice cosa è giusto o non giusto fare nelle situazioni in cui ci troviamo. Più abbiamo chiaro questo codice normativo che alberga in noi, più saremo chiari, trasparenti, lineari, coerenti,rispettosi del nostro lavoro, della nostra umanità e della persona che abbiamo di fronte.

Nelle nostre azioni, nel nostro modo di porci ci sarà trasparenza fin da subito, le persone sentiranno di potersi fidare e affidare, sapendo e sentendo di essere in buone mani. Il “patto” sarà chiaro fin da subito.
A tutti noi piace fare affari con persone umane, trasparenti, che sanno operare per il Bene comune, che sanno farsi a volte anche da parte, senza occupare sempre tutta la scena, ma che sanno che, in realtà, il vero protagonista è la persona che abbiamo di fronte.

La cura del Personal Branding – dove con il temine “cura” mi riferisco al senso etimologico “avere a cuore” – passa attraverso la cura di sé, della propria interiorità, oltre che, come è ovvio della propria professionalità. Solo in questo modo si potrà avere a cuore i propri clienti e fare in modo che essi percepiscano la nostra attenzione e dedizione. Quindi, non noi protagonisti, ma loro.

 

Leggi il nostro Manifesto del Manager Etico e Consapevole.

 

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