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lorenzo lucca
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Cosa racconta una fotografia di noi?

Fare una buona prima impressione nell’istante di uno scatto
Intervista a Lorenzo Lucca e Elisa Piemontesi
di Anna Fata

 

Fare una buona prima impressione è questione di pochi millisecondi. Una seconda possibilità non ci è data. Già, perché anche dopo eventuali successivi incontri ed esposizioni difficilmente le nostre impressioni cambiano. Poiché circa il 7% della comunicazione viene veicolata in forma verbale, mentre il restante 93% si trasmette, consapevolmente o meno, in forma non verbale, un’immagine può fare la differenza, da subito, soprattutto nel caso di un professionista, un servizio, un prodotto, un’azienda.

I clienti, potenziali, o acquisiti, sono diffidenti. E’ un istinto atavico di sopravvivenza. Occorre accertarsi prima di tutto se la persona che si ha di fronte, o si pensa si potrebbe incontrare, sarà funzionale alla propria sopravvivenza o potrà migliorare la qualità della nostra vita e del nostro lavoro.

Oggi più che mai il contesto socioculturale in cui siamo immersi si basa sull’immagine, fotografie, video, infografiche sono in aumento esponenziale, sono sempre più gradite, condivise e prodotte. Produrre fotografie, video è sempre più alla portata di ciascuno, anche con strumenti di poco prezzo, ma nel caso di un professionista o di un’azienda fino a che punto ci si può basare sul “fai da te” e dove, invece, è meglio affidarsi ad un professionista esperto? Quali sono le caratteristiche che rendono gradevole, degna di fiducia l’immagine di una persona o di un prodotto? E’ possibile creare immagini che spingono all’acquisto?

Ne parliamo con Lorenzo Lucca esperto di fotografia per web e Social Media Marketing e con Elisa Piemontesi, Visual Storyteller e Social Media Manager ma anche attrice, presentatrice, ballerina, fondatori di Plume.

 

D: Spesso osserviamo una fotografia di una persona, magari ci appare gradevole, eppure abbiamo la sensazione che qualcosa non ci convinca del tutto di questa persona, qualcosa ci induce a non fidarci del tutto. Che caratteristiche dovrebbe avere una fotografia in grado di trasmettere accoglienza, fiducia, voglia di conoscere una persona e magari fare affari con lei?

R: E’ una bella domanda, ma dobbiamo ammettere che è un argomento molto vasto. Noi siamo specializzati nella fotografia per il web ed i social media: ci concentreremo quindi in questo ambito per risponderti.

Ci sono innanzitutto fattori legati alla lettura del corpo e dell’espressione, quando il soggetto è una persona. Usata sui canali social, la nostra foto ideale deve parlare la giusta lingua: deve essere spontanea, naturale e coerente con lo stile con cui scriviamo. Per trasmettere fiducia non dobbiamo rompere questo sottile equilibrio di dialogo diretto, quindi anche la fotografia deve completare il testo in modo naturale e spontaneo senza apparire finta.

Non è così semplice essere naturali in una fotografia, soprattutto se non si è abituati a stare davanti all’obiettivo. Uno scatto in un momento sbagliato o un’espressione forzata non aiutano, queste sono fotografie che dobbiamo assolutamente scartare (per quanto possano essere corrette tecnicamente).

Come hai scritto nell’introduzione ormai tutti hanno gli strumenti adatti per scattare foto belle, in alta risoluzione e per condividere subito quello che stanno vivendo. Miliardi di immagini ogni giorno stanno cambiando la cultura visiva e le nostre abitudini a riguardo.
Questa nuova “corrente” si affianca però sempre alle basi della fotografia classica e della composizione dell’immagine che derivano dalla pittura. Le loro regole sono universali e profondamente radicate, poco importa se poi oggi scatti con un cellulare.

Questi fattori sono i primi che possono concorrere nell’impressione che stiamo trasmettendo con la nostra fotografia. Diciamo “impressione” da trasmettere: ricordiamoci che la mente legge un’immagine decine di migliaia di volte più velocemente di un testo. Il tempo di leggere “Buongiorno…” nella prima riga del post e l’immagine ha già esaurito la sua comunicazione da un pezzo!

antonino cannavacciuolo

D: Quali sono le caratteristiche che una fotografia NON dovrebbe assolutamente avere per apparire gradevole, degna di suscitare attenzione e fascino emotivo?

R: La bassa qualità si nota nella prima impressione: soprattutto la nitidezza, la luminosità e i colori. Parlando di web, è una fruizione che passa da uno schermo brillante, saturo nei colori e spesso di piccole dimensioni. No quindi a colori smunti e agli elementi di disturbo nell’immagine, potrebbe apparire troppo confusa nelle miniature. Attenzione anche alla nitidezza (e alla risoluzione di caricamento) perché i display ad alta definizione sono molto esigenti. Infine, lasciando da parte tutta la tecnica, come dicevamo inizialmente sono la naturalezza della persona ritratta, la composizione e i colori a trasmettere la giusta emotività in una immagine gradevole.

Al contrario alcune fotografie troppo perfette, impostate rigidamente, con il solito sfondo bianco o nero richiamano subito le fotografie “serie”, usate per anni nella pubblicità. Nella visione comune si identificano come costruite e si pensano spesso alterate con Photoshop. Questo tipo di immagine accende una spia dentro di noi che ci mette in guardia, in alcuni contesti. Quando stiamo creando immagini per un social dove parliamo della nostra quotidianità ad esempio, la foto troppo costruita è un aspetto che può far perdere spontaneità e la sua utilità “social” viene meno. A quel punto meglio affidarsi a degli ottimi testi piuttosto che fotografie scadenti, acquistate da librerie stock troppo generiche o slegate dal mio contesto.

Vale per le persone, per i prodotti e per i servizi. Gli hotel sono forse l’esempio perfetto da usare. Esiste una vera e propria contrapposizione tra le foto “della brochure” e quelle “dei clienti” nell’ambito turistico, che poi si traduce nel boom di recensioni e di fotografie degli utenti. Il cliente utilizza soprattutto le fotografie per scegliere una nuova destinazione, non si basa solo su descrizioni e valutazioni, come conferma anche Tripadvisor in una sua ricerca interna.

elisa piemontesi

D: Cosa rende una fotografia, in generale, capace di diventare “virale” nel Web e nei Social Network?

R: Deve emozionare, far si che le persone possano o immedesimarsi in quella situazione e farle sognare oppure, al contrario, farle indignare. Meglio ancora se scatena entrambe le reazioni, perché il pro e contro crea dialogo, scontro, interazione e quindi visibilità.
I meccanismi della viralità sono comunque complessi e spesso imprevedibili, cercare di costruire a tavolino questo tipo di diffusione non è affatto semplice con una singola foto.

Spesso si utilizza una fotografia e se ne “migliora” l’effetto con la didascalia. Un sacchetto di spazzatura fotografato nel mio prato non direbbe nulla, se non forse “ciao, aspetto il bidone”. Se però ci scrivo “Guardate come lasciano il parco giochi dell’asilo” e lo pubblico nella pagina del paese, l’effetto sarà ben diverso.
La foto è sempre la stessa, sono io che gli do significato inserendola nel contesto: gli creo intorno uno storytelling per i miei scopi.

 

D: Come dovrebbe essere una fotografia perfetta per un profilo in un contesto professionale e in uno ludico?

R: No alle smorfie, scatti con gli occhiali da sole, fotografie in costume in vacanza al mare (a meno che sia il mio lavoro, ovvio) e tutto quanto preferiremmo non vedesse la nonna, la mamma, il cliente migliore e il nostro futuro capo. Molti di loro passeranno dal nostro profilo (professionale e non), quindi tanto vale tenere tutto in ordine 🙂

Su Linkedin ci servono foto più istituzionali, ma questo non significa dover avere per forza il classico ritratto su fondo uniforme: basta sia una bella foto, nitida, realistica, in cui mi sento a mio agio e perché no, mi riconosco.

Possiamo scegliere la foto più adatta al contesto e al tono che decido di usare su quel canale. L’uomo ha la capacità di riconoscere all’istante un volto in mezzo ad un’immagine, quindi non ci preoccupiamo necessariamente di usare una sola fotografia ovunque.

Cambiare ogni tanto la foto profilo e abbinare l’immagine di copertina (giocando sugli stessi momenti, stessi colori, stesso ambiente in cui è scattata) diventa anzi un buon espediente quando hai un bell’archivio di immagini tra cui scegliere. Per questo motivo noi non scattiamo mai “una foto” ma realizziamo varie storie, con decine di scatti differenti per stile e contesto.

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D: Quanto conta la tecnica rispetto alla sensibilità, al buon gusto, all’intuito, al cosiddetto “occhio”per scattare una fotografia perfetta?

R: In realtà la tecnica è utile ed è la base da cui partire, ma con gli strumenti di oggi molte difficoltà sono superate. Non è di sicuro l’aspetto tecnico che ci preoccupa nel realizzare fotografie oggi, scattando in digitale.

Una macchina fotografica moderna infatti ci aiuta molto, dall’esposizione all’auto focus, tanto che è davvero difficile fare delle fotografie “sbagliate”.
Scattare in manuale senza un reale motivo è un mito da appassionati: nei reportage ad esempio è impensabile rinunciare ad autofocus ed esposizione, rischi di perdere l’attimo più bello concentrandoti su cose che la macchina risolverebbe da sola nel 98% dei casi.

Se parliamo di fotografie professionali, l’occhio e l’intuito di fermare il momento si allenano sul campo. La tecnica si impara in fretta, ma il buon gusto e la sensibilità passano necessariamente dallo studio e dalla cultura dell’immagine e non solo. Vuol dire lavorare nel mondo di oggi con strumenti adatti, ma conoscere il mondo dell’immagine e gli scatti dei maestri della fotografia sin dalla sua invenzione. Non è tempo perso, se voglio farne un lavoro seriamente. Cercate ad esempio Duane Michals, per vedere cosa realizzava 40 anni fa, con immagini e didascalie. Potremmo trasferirle su Instagram senza problemi.

Inventare qualcosa di nuovo infatti, creare fotografie di successo e arrivare a farlo senza averci messo passione, studio e dedizione per migliaia di ore è improbabile, un privilegio di pochi talenti.

 

D: Nell’industrial photography quali caratteristiche dovrebbe avere una fotografia perfetta di un prodotto e quella di promozione di un servizio per risultare appetibile per un potenziale cliente?

R: Per il cliente la fotografia, come qualsiasi servizio, deve essere utile: risolvere un problema, inserirsi tra i suoi obbiettivi e permettere dei risultati, altrimenti non ha senso investire dei soldi. Una foto commerciale non può quindi essere slegata dalle esigenze del mercato.
Ci sono mille diversi modi di realizzare, di vendere e di utilizzare le fotografie: still life, moda, reportage giornalistici o ritratti di un direttore commerciale che si presenta online richiedono foto e competenze molto differenti.

Noi raccontiamo le imprese, quindi non è detto che esista sempre un prodotto materiale da raccontare. Nel caso dei professionisti è il cliente stesso il soggetto, nel caso di un hotel è l’esperienza e l’atmosfera che si vende ai clienti, non le camere.

Si parte dall’esigenza del cliente quindi: se mancano le immagini del catalogo, ci appoggiamo ad un professionista esperto di scatti in studio, che ha la competenza per risolvere le (spesso notevoli) problematiche tecniche e consegnare scatti adatti alla stampa. Quando si parla di web marketing ecco che le fotografie statiche del catalogo diventano insufficienti, quindi si integrano con reportage scattati per i social media, usando il piano editoriale e il progetto di marketing come traccia.

Paradossalmente oggi c’è una enorme esigenza di fotografie per un’azienda, eppure il mercato fotografico generico è in crisi.

 

plume

 

D: Esiste ampio dibattito sulla reale capacità di uno scatto fotografico, che per sua natura “immortala” un istante, ma in quanto tale blocca, ferma, creando una sorta di illusione che cozza con la reale fluidità e l’eterno mutare della vita e del lavoro. Voi di Plume siete grandi esperti di Visual Storytelling. Le vostre case history di Visual Storytelling riescono a loro modo a smontare questo luogo comune, creando una sorta di realtà immersiva in cui l’utente riesce a vivere una esperienza sensoriale ed emozionale molto intensa. Con prodotti concreti, forse, e dico forse, può risultare più semplice creare questo scenario, ma con l’ambito dei servizi un po’ meno. Cosa consigliereste ad un professionista che vuole proporre se stesso e i suoi servizi per suscitare nel potenziale cliente questa esperienza?

R: Ad un professionista consiglieremmo semplicemente questo: raccontarsi sfruttando gli strumenti di oggi, portando il cliente insieme con sé, nella quotidianità del lavoro, delle esperienze e dei problemi risolti. È proprio qui che serve una fotografia naturale, spontanea e soprattutto coerente con il nostro racconto.

Ecco perché spesso facciamo formazione per la fotografia con smartphone: è lo strumento che abbiamo sempre con noi, per raccogliere le immagini che ci servono per completare un racconto. Non è neanche economicamente sostenibile per un’azienda o un professionista rivolgersi sempre ad un fotografo professionista, quando deve pubblicare aggiornamenti periodici.

Nel nostro Visual Storytelling raccontiamo un’esperienza con parole e immagini, creando una semplice storia: ecco perché ha senso per noi fare fotografie unendo le competenze su web e social media. Uniamo un filo narrativo e un obiettivo finale ed ecco lo storytelling, che oggi è molto di moda citare per qualsiasi intervento. Scattiamo un racconto fatto di singole fotografie che durerà però giorno dopo giorno, magari per un anno.

In realtà per noi non fa molta differenza se esiste o meno un prodotto fisico da fotografare, non stiamo presentando i prodotti e non serve creare un listino aziendale. Studiare dove dobbiamo arrivare ci permette di scrivere il percorso passo dopo passo, costellandolo poi di fotografie adatte. Ci immergiamo nella situazione, la fotografiamo da dentro, senza intervenire con attrezzature, pose o costruzione delle scene.

Ecco l’effetto di immersione di cui parli: la naturalezza delle situazioni è frutto proprio da questa capacità di inserirsi nel racconto, adattandosi a ciò che troviamo e raccogliendo fotografie delle situazioni.

elisa piemontesi

D: Cosa consigliereste ad una persona che vorrebbe intraprendere il vostro percorso professionale?

R: Forse il consiglio migliore è quello di non fermarsi mai e di rimanere sempre aggiornati. Ci vuole passione per emergere.

Poi come dicevamo prima, lo studio e la preparazione sono importanti per crearsi una cultura fotografica. Non vuole dire per forza dover seguire una scuola di fotografia, il concetto è che per quanto facile sia scattare una fotografia, realizzarne un percorso professionale è molto più complesso e richiede molte competenze, “tra cui” scattare la foto.

La tecnica cambierà sempre, quello che resta è l’esperienza nel risolvere i problemi del cliente, la competenza e le esigenze del mercato, come per qualsiasi lavoro. Ricordatevi che la fotografia è comunicazione, quindi anche questi sono temi da approfondire. Gli strumenti come i social ci serviranno in ogni caso anche per la nostra promozione.

 

D: E per concludere, una nota personale: Voi come siete approdati a questa professione?

Lorenzo:
Scatto fotografie per passione da molto tempo, credo di aver sviluppato il primo rullino 25 anni fa, oscurando il bagno e appendendo pellicole nella doccia come era solito fare. Tuttavia la mia formazione è orientata al web: sono programmatore, SEO, web master e ho lavorato 15 anni nella grafica, sia promozionale, sia nella pubblicità e web marketing.

Oggi con la fotografia di Plume unisco tutte queste competenze.
Pensando alle immagini per un sito internet ad esempio serve mettere d’accordo cliente, fotografo, grafico, programmatore e infine il SEO che dovrà poi rendere visibile il tutto. Riuscire a far dialogare tutti questi elementi è indispensabile: tenere slegata la fotografia da questi aspetti della comunicazione non ha senso per il marketing di oggi.

I social media ad esempio richiedono molte fotografie, tuttavia serve conoscerne bene le dinamiche, le esigenze tecniche e le abitudini per realizzare immagini che funzionano. Spesso fotografiamo con in mente i post che verranno scritti e la storia da trasmettere. Ecco che mi è venuto naturale aggiungere la fotografia professionale a tutte questi aspetti tecnici.

Elisa:
Hai toccato quello che per me, per molti anni, è stato uno scoglio difficile da superare. La mia formazione è pratica, ho sempre imparato tutto sul campo. Dopo il liceo ho frequentato un’accademia professionale per lo spettacolo perché il mio sogno è sempre stato quello di diventare una ballerina. Dopo l’accademia ho conosciuto Lorenzo presentando una sfilata ed essendo curiosa per natura ho iniziato a seguirlo… Non avrei mai pensato di diventare fotografa!
La stessa cosa mi è successa per la gestione dei social. Ho conosciuto Stefano Cerutti e Fulvio Julita e, grazie al loro appoggio e alla loro supervisione, mi sono affacciata a questo mondo. Devo ammettere che sono stata molto fortunata.
Essendo un “ibrido” riesco ad unire le due competenze e, nel momento in cui siamo sul campo a scattare un reportage per un hotel o un’azienda so già quali fotografie saranno utili per i social o per il sito.
In realtà quello che lega il mio attuale lavoro e la mia formazione in un’accademia è il raccontare, attraverso linguaggi diversi, emozioni e storie diverse. Questo mi aiuta molto con le persone da ritrarre e raccontare.

Tutte le fotografie sono di Lorenzo Lucca e Elisa Piemontesi, Titolari di Plume. 

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